La trilogia della luna (Vauro Senesi)

Col ritorno del caldo, del sole, del gelato, delle fragole e dell’estate torna anche un po’ di buon umore. E con il buonumore torna l’entusiasmo per i miei amici di carta, che si lasciano leggere in riva al mare con una birra ghiacciata, o al parco all’ombra dei pini, o di notte con l’aria fresca che fa ballare la fiamma della mia candela da lettura, rigorosamente alla vaniglia. E così, nel giro di pochi giorni, mi sono finalmente portata avanti e ho smaltito una piccola, infinitesimale parte di quella inquietante torre di libri che traballa accanto al mio letto. Tanto per iniziare, la “Trilogia della Luna”, di Vauro Senesi.

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Riconosco la mia ignoranza e ammetto che l’autore mi era sconosciuto, salvo poi fare una veloce ricerca su Google e scoprire che trattasi di un giornalista, vignettista satirico e personaggio televisivo abbastanza noto, ma soprattutto un collaboratore e sostenitore attivo di Emergency e autore di svariati reportage dall’Iraq, dalla Palestina, dall’Afghanistan. Il libro l’ho scelto a pelle, come al solito, vagando tra gli scaffali e lasciandomi chiamare da quella vibrazione impercettibile scatenata da un titolo, da un colore, da un’illustrazione. E l’istinto non mi ha ingannata stavolta. Un’altra ammissione che devo fare è che ho letto solo i primi due romanzi, lasciando il terzo a un futuro prossimo, perché avevo voglia di cambiare genere per un po’. Sì, perché per quanto belli e scorrevoli, sono romanzi che ti si piazzano di traverso sullo stomaco, che ti scavano un buchetto lì al centro del petto, che ti fanno sentire addosso tutto il peso della disumanità insita in ogni guerra.

Kualid che non riusciva a sognare” è la storia di un bambino, Kualid appunto, che vive con la mamma e il nonno alla periferia di una Kabul soggiogata dai Talebani e martoriata dalla guerra. Guadagna qualche soldo riempiendo con la pala le buche lungo la strada che porta in città e ha fantasia da vendere. Ma in un mondo in cui sono vietati i film, le canzoni, gli aquiloni e persino i disegni la fantasia non sempre basta e Kualid ha un grande rimpianto: non riesce a sognare, o quantomeno non riesce a ricordare di aver mai sognato. Finché un giorno non incontra Babrak, il miglior calligrafo di Kabul, che lo prende nella sua bottega e gli insegna a mischiare i colori e ad usare i pennelli, portandolo a disegnare i muri interni  di un ospedale allestito da un’organizzazione umanitaria occidentale. Qui finalmente Kualid riesce a dare forma alle sue fantasie e impara finalmente a sognare. Ma vi avverto, il risveglio sarà brusco, tanto per Kualid quanto per il lettore.

Il mago del vento” è invece la storia di Fahim e di suo fratello Ali, in una Baghdad martoriata dalla guerra con l’Iran prima e dalla Guerra del Golfo poi. Il piccolo Fahim, a causa di una violenta forma di morbillo, diventa improvvisamente sordo. All’iniziale paura si susseguono in lui il rifiuto, la rabbia e infine una quieta rassegnazione, ma la sua condizione ha ripercussioni su tutta la sua famiglia, che lentamente inizia a sgretolarsi: il padre inizia a bere, la madre si chiude in un rassegnato silenzio, il fratello viene invaso dal disprezzo per quel padre assente e ubriacone e si arruola volontario in guerra. A Fahim rimane come unico amico Hasan, lo Storpio, un vecchio a cui la guerra ha portato via una gamba. Sarà lui ad insegnare al piccolo ad entrare in simbiosi con la natura che li circonda e a “sentire” di nuovo, se non con le orecchie con il cuore. Ma anche qui, come a Kabul, la guerra esige le sue vittime, cambia le persone, le allontana e ne marchia l’anima, quando non gliela porta via. E anche qui si volta l’ultima pagina con un macigno nella pancia, a domandarsi a che cosa servano tutte queste guerre, a chi giovi tutta questa distruzione, in nome di quale Dio ci si prenda la vita di così tanta gente.

Sono romanzi che colpiscono perché hanno il pregio di generare empatia per i personaggi, e per una fortemente empatica come me sono stati una fatica da mandare giù. Ho dovuto mettere un attimo da parte il terzo libro della trilogia per sciogliere il groppo in gola con qualcosa di più felice, ma mi sono ripromessa di riprenderlo prima della fine dell’estate. Senza dubbio questo libro finisce nello scaffale dei libri migliori non solo per le emozioni che ha svegliato, ma anche per il modo in cui è scritto, per le descrizioni minuziose eppure mai noiose che disegnano nella mente quelle città con i loro mercati, i loro colori, le loro macerie, le loro ferite, che sembra di vederle con gli occhi. E perché mi ha commosso, tanto.

Voto: 10/10

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Cronache di un gatto viaggiatore (Hiro Arikawa)

Ve lo dico subito: se da piccoli avete pianto davanti a “4 cuccioli da salvare”, se siete rimasti sconvolti da “Hachiko”, se dopo “Io & Marley” avete giurato “mai più”, lasciate perdere. Fidatevi di chi vi dice che è un libro meraviglioso ma non andate a verificare con mano. Se invece siete pronti a farvi gonfiare il cuore di sentimenti per poi farvelo scoppiare alla fine, ritrovandovi a cercare a tastoni il vostro gatto per abbracciarlo stretto singhiozzando come bambini, leggetelo. Se ancora siete tra quelli a cui i rapporti umani-animali non fanno né caldo né freddo, potreste leggerlo ma potreste trovarlo mediocre, non eccezionale. Per me è FAVOLOSO.

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Nana è un gatto randagio che dopo un incidente in strada viene soccorso e adottato dal giovane Satoru. Tra i due nasce da subito un legame profondo, un’amicizia leale ed esclusiva. Nana è un gatto intelligente e Satoru un padrone affettuoso e i due vivono felici fino al giorno in cui Satoru deve trasferirsi e non può più occuparsi di Nana (non ci vuole un genio né un’allerta spoiler per intuire che la scelta di separarsi dal gatto sia dettata dal profilarsi di un dramma imminente). I due intraprendono allora un viaggio alla ricerca di un nuovo padrone tra le vecchie amicizie di Satoru. Insieme a loro viaggiamo anche noi percorrendo un duplice percorso: quello fisico, attraverso le meraviglie del Giappone (ve l’avevo detto che sono Nippofila?) , da Tokyo al Monte Fuji fino alle pianure di Hokkaido, e quello dei ricordi, ricostruendo l’infanzia e l’adolescenza di Satoru attraverso l’incontro con gli amici che lo hanno affiancato in quegli anni. Fino all’inevitabile conclusione.

“Su, coraggio! Questo è il nostro ultimo viaggio. Forza! Andiamo a vedere un sacco di cose meravigliose! Scommettiamo il nostro futuro su quante cose meravigliose potremo vedere! La mia coda a uncino a forma di sette dovrebbe agganciare tutte le cose meravigliose cui passeremo accanto”. 

Lo stile è quello semplice proprio degli autori giapponesi, o almeno di quelli che ho letto finora, ma credo sia una proprietà della loro lingua quella di esprimere concetti affidandosi a immagini visive, più dirette rispetto alle complicate metafore e artifici stilistici usati dalle lingue europee (ma non essendo una studiosa del campo,  potrei anche sbagliarmi). Il tono del romanzo è quello di un racconto che è quasi una favola, ma proprio in virtù di questa semplicità i luoghi e i paesaggi che Satoru e Nana incontrano durante il loro viaggio si delineano nitidamente agli occhi del lettore, i colori esplodono brillanti, come i “frutti rossi rossissimi del sorbo” o i fiori gialli e viola ai bordi delle strade”, lo sguardo interiore riesce a spaziare alle pendici del Monte Fuji o oltre le distese di spighe di susuki che sembrano quasi un mare, le orecchie colgono il rombo sordo delle onde che si infrangono dalla pancia dell’oceano. E il cuore si intenerisce davanti a un’amicizia che trascende ogni cosa e non finirà mai, neanche oltre l’orizzonte. Divertenti le parti in cui è il gatto a prendere in mano le redini della narrazione rendendoci partecipi del suo punto di vista tutto felino!

Lo rileggerei da capo anche subito, ma ho finito i fazzoletti.

Voto: 10/10

Una serie di sfortunati… libri!

Sto leggendo pochissimo e svogliatamente. Sarà la primavera, sarà che Aprile dolce dormire, sarà il lavoro che ha accelerato il ritmo e rallentato le mie capacità cognitive quando finalmente ne esco, oppure sarà che sono incappata in una fila di letture veramente brutte, o inadatte al momento.

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Tutto è iniziato con “C’è chi dice di volerti bene”, di Sara Gazzini. Non so neanche bene perché lo abbia pescato dallo scaffale e messo nella pila degli acquisti, probabilmente per via della copertina: questa donna dai capelli rossi immersa nell’acqua coi pesciolini che nuotano mi avrà ricordato Ariel. Ad ogni modo, vorrei non averlo scelto. Non solo banale, non solo pieno di concetti triti e ritriti, ma anche di una noia mortale. Eppure la terza di copertina assicurava “pagine di risate, lacrime, divertimento puro”. MA DOVE?? Otto donne che soffrono il mal d’amore si riuniscono in un garage per sottoporsi a una terapia di gruppo con una psicologa esperta nel settore. Le “Innamorate Anonime”. E già stavo per ficcarmi due dita in gola. Raccontano a turno la loro storia, il loro tormento, le loro delusioni. Situazioni talmente stereotipate e dall’esito talmente scontato che viene voglia di entrare nel libro e prenderle a schiaffi, tutte e otto. Nove, con la dottoressa spocchiosa e snob che somministra consigli che al confronto i biglietti dei Baci Perugina sembrano massime di Platone. Brutto, brutto, brutto. Insulso, ecco. Voto: 3/10

Secondo scoglio: “La scopa del sistema”, David Foster Wallace. E qui me ne rammarico, di

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 non essere riuscita a terminarlo. Mi sono ripromessa di riprenderlo quando avrò la mente un po’ più sgombra e le giornate un po’ meno affollate. Quando avrò la concentrazione necessaria a districarmi in quel labirinto che è la scrittura di Foster Wallace, un caleidoscopio di stili differenti, punti di vista alternati, frammenti di e-mail, documenti, telefonate, monologhi interminabili, racconti nel racconto, esercizi stilistici, paradossi… Inoltrarmi in questo romanzo è stato come trovarmi davanti a un puzzle di migliaia di pezzi, di quelli che a incastrarli tutti ci vogliono mesi, e ci vuole pazienza e ti viene voglia di mollare. Ma a pensarci bene, nonostante la fatica, quando incastri l’ultimo pezzetto e ammiri il quadro completo ti accorgi che è un capolavoro. Ecco, io credo che questo romanzo sia così. Credo che lo odierò fino all’ultima pagina, che sarà una fatica immane portarlo a termine, ma che poi, quando avrò incastrato l’ultimo tassello lo ammirerò e mi accorgerò di quanto è bello. O anche no, chi può dirlo.

9788831723695_0_0_0_75Terza delusione: “Tutti i bambini perduti”, Kate Atkinson. L’ho faticosamente portato a termine oggi, solo perché non mi andava di lasciarne un altro a metà. Io non so nemmeno dirvi bene di cosa parli. Dovrebbe essere una crime story… è un minestrone. Di quelli annacquati, per giunta. Al di là dei fatti improbabili che vengono narrati, sono oltre 300 pagine di nulla, per me. Non c’è una storia, non c’è filo logico, niente indagini, niente connessioni tra i personaggi (il più simpatico è il cane!). Si parte da un evento, un ex-poliziotta che d’impulso compra niente meno che una bambina (ve l’avevo detto che i fatti sono improbabili), per poi passare a un altro evento che con questo non c’entra nulla, per poi introdurre personaggi che non fanno niente se non pensare, pensare, pensare. E ricordare. Arriviamo a sapere tutto del loro passato: dove hanno passato le vacanze, cosa hanno ricevuto per Natale, dove andavano in vacanza con i genitori, quando hanno perso la verginità. Ma con la storia narrata a malapena si capisce cosa abbiano a che fare. Trecento pagine di divagazioni per poi risolvere un crimine (che non c’entra niente con la bambina comprata, che poi è la bambina in copertina) in 3 pagine. E un fumetto con mille punti interrogativi che sboccia dalla mia faccia perplessa. Voto: 3/10 ad essere buoni.

 

Ciò che inferno non è

“TOGLI L’AMORE E AVRAI L’INFERNO.

METTI L’AMORE E AVRAI CIO’ CHE INFERNO NON E'”

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Ho un vago senso di smarrimento, al termine di questo romanzo. Anzi no, forse smarrimento non è il termine giusto. Amarezza, ecco. Un vago senso di amarezza, un mattoncino messo per traverso alla bocca dello stomaco, un sentore di acido che risale e mi fa la bocca amara, amarissima. Forse un pugno in faccia mi avrebbe lasciata meno stordita. “Ciò che inferno non è” è l’omaggio di Alessandro D’Avenia a Padre Pino Puglisi, il prete che combatteva la mafia col sorriso. E già qui mi si rizzano i peli sulle braccia. Già qui si sa che non c’è nessun lieto fine, perché Don Pino, maestro di religione ma soprattutto maestro di vita, è stato freddato da Cosa Nostra davanti casa sua, nel giorno del suo cinquantaseiesimo compleanno. Perché dava fastidio. Era un ometto sorridente armato solo della parola di Dio e dell’amore, ma dava fastidio. Perché era uno che non si arrendeva, perché sfidava i potenti, perché combatteva per portare un po’ di Paradiso nell’Inferno del quartiere Brancaccio di Palermo, perché cercava di togliere i bambini dalla strada, perché gli insegnava a vivere piuttosto che a morire dentro. D’Avenia trasporta letteralmente il lettore a Palermo, nel 1993. E dico che ce lo trasporta perché sin dalle prime pagine le parole che usa per descrivere la sua amata città ti ci catapultano dentro, sembra di vederne i colori, accesi e brillanti, dal giallo brillante dei limoni all’oro rilucente dei mosaici, sembra di sentirne l’odore, quello salmastro del mare e quello speziato del cibo per le vie, sembra di percepirne il calore, di sentirne le voci e la melodiosa cadenza dialettale. Poi ci presenta Federico, il Poeta, il liceale affezionato a Petrarca, il ragazzo con un mondo dentro che è fatto di parole e poesia, l’adolescente col cuore pieno di sogni ma senza corazza per difenderli. E insieme a Federico ci introduce per le vie di Brancaccio, quella ferita aperta ai margini di Palermo, dove il cemento impedisce la vista del mare, dove l’unico verde è quello delle piantine di basilico e mentuccia ai davanzali di minuscole case stipate di anime dannate, dove le ragazze diventano madri a sedici anni e prostitute a venti, dove i bambini imparano a giocare prima con le pistole che col pallone, dove Cosa Nostra impera e divide castigando col ferro e col fuoco chi non tiene la testa china e la bocca chiusa. Insieme a Federico e Don Pino incontriamo i bambini di Brancaccio, e come loro questi bambini ce li prendiamo a cuore, come loro preghiamo per la loro salvezza, piangiamo per la loro miseria, inorridiamo per le ferite delle loro anime. E se anche la ben nota conclusione ci lascia tristi e attoniti, riconosciamo e ammiriamo la forza e il coraggio dei piccoli eroi di ogni giorno, eroi sconosciuti che si ammantano di verità e che hanno il superpotere dell’amore, che non sono immuni alla paura ma ci convivono relegandola in un angolo e che feriscono il nemico con la più semplice e disarmante delle armi: un sorriso.

Unica pecca del romanzo, per me, una prosa troppo elaborata e artificiosa in alcuni passaggi, un esubero di incisi e ghirigori stilistici che hanno a tratti rallentato la lettura, appesantendola, strappandomi via da Palermo e riportandomi nella mia stanza a cercare di capire quello che stavo leggendo. Nel complesso rimane comunque una lettura che agita le acque del cuore, un romanzo da non sottovalutare affatto.

Se nasci all’Inferno hai bisogno di vedere almeno un frammento di ciò che inferno non è per concepire che esista altro”

Voto: 8/10

Shadowhunters (Il primo amore non si scorda mai)

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“Mille anni fa l’angelo Raziel ha mescolato il proprio sangue con quello degli esseri umani, dando così vita ai Nephilim, metà uomini e metà angeli che abitano il nostro mondo senza che nessuno possa vederli. Si chiamano Shadowhunters. Il loro compito è dare la caccia ai demoni che portano rovina e distruzione.” 

In prima o seconda elementare la suora, Suor Gemma (che ricordo con infinito affetto), ci disse di scrivere una storia di poche righe, nei limiti delle capacità dei bambini di sei o sette anni. Io scrissi di Biancaneve, della strega e del suo antro. Sì, proprio “antro”. Non “grotta” o “caverna”, usai la parola “antro”. Il che valse la chiamata della scuola a mia madre, per lodare le mie capacità lessicali e sapere come diavolo facesse una bambina alle soglie del suo percorso scolastico a sapere già tante parole. Io il mio primo giorno di scuola sapevo già leggere. Ho imparato da sola. Lo ricordo come fosse ieri. Mia madre era appassionata di crucipuzzle, quegli schemi di lettere in cui bisogna trovare delle parole nascoste. Io sedevo accanto a lei, e lei leggeva ad alta voce le parole, lettera per lettera, insegnandomene la grafia e la pronuncia. Questa è la B, questa è la M, e via dicendo. A 5 anni avevo imparato la fonetica di tutte le lettere dell’alfabeto. Un giorno ero accanto a lei, guardavo quelle lettere e le ripetevo. O-L-I-O… O-L-I-O… OLIO! E’ stata la prima parola che io abbia letto in vita mia, la prima di una lunga, lunghissima serie. Pochi giorni dopo mi regalarono il libro delle fiabe sonore della Fabbri Editori e il mangianastri della Fisher-Price e io iniziai a trascorrere le mie giornate incollata alle pagine, fino a consumarle, ascoltando le cassette e seguendo col ditino le parole sul libro. Credo che quella delle Fiabe Sonore sia stata anche la prima canzone che ho mandato a memoria…

“A mille ce n’è nel mio cuore di fiabe da narrar.

venite con me nel mio mondo fatato per sognar,

non serve l’ombrello, il cappottino rosso o la cartella bella per venir con me,

basta un po’ di fantasia e di bontà”

E così sono entrata nel mondo delle fate, delle principesse e delle streghe, dei principi azzurri, delle foreste incantate, della magia, degli elfi e dei folletti dispettosi, degli unicorni e dei draghi e chi più ne ha più ne metta. Il mio primo amore, il fantasy. Volevo a tutti i costi un gatto, doveva essere nero e chiamarsi Gobbolino, come il gatto della strega nell’omonima fiaba. Il gatto non l’ho avuto, ma i primi animali che siano mai entrati in casa, una coppia di criceti, presero il nome di Lancillotto e Morgana. I miei amici immaginari erano folletti che mi saltellavano accanto. A Carnevale volevo vestirmi da Incantevole Creamy, invece mi infilarono a forza in un voluminoso abito da Pierrot e dopo quasi 40 anni non li ho ancora perdonati per questo. Nell’85, a sette anni, papà mi portò al cinema a vedere “I Goonies”, e alla fine del film feci fuoco e fiamme perché non volevo uscire dal cinema, volevo rivederlo da capo, e subito. A dodici anni circa iniziai ad appassionarmi ai libri-game, quei libri in cui dovevi fare delle scelte, combattere o fuggire, usare la magia del fuoco o aprirti la strada a suon di fendenti con la spada, e in base alla scelta dovevi saltare a un’altra pagina e la storia prendeva ogni volta una piega differente (e la maggior parte delle volte si concludeva con la mia morte per scelte impulsive, lo ammetto). A quattordici anni mi cimentai nell’Impresa, quella con la I maiuscola: Il Signore degli Anelli. A quindici fu la volta di IT. E così via, in un crescendo di miti e leggende, saltando da Avalon alla Terra di Mezzo, dal mondo di D&D a quello di Shannara, passando per Hogwarts, per Westeros, per l’Overlook Hotel e affacciandomi sul mondo dei vampiri di Anne Rice e sì, anche quelli di Twilight. Tutto questo lungo preambolo per dire che qualsiasi cosa, purché soprannaturale o fantasiosa, mi ingabbia e mi cattura ancora come quando ero bambina. Che crescendo ho imparato a leggere di tutto, ma nelle pagine di un fantasy mi perdo e mi emoziono, torno piccola e sogno. E che  forse non riesco ad essere obiettiva, ma la saga di Cassandra Clare mi è entrata dritta nella testa, mi ha ipnotizzato al punto da leggerne sei volumi in otto giorni, togliendomi il sonno e qualsiasi parvenza di vita sociale. Perché il primo amore non si scorda mai, e dove c’è magia c’è il mio cuore.

Voto 10/10

 

Le tre del mattino (Gianrico Carofiglio)

“NELLA VERA NOTTE BUIA DELL’ANIMA SONO SEMPRE LE TRE DEL MATTINO”

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Ne ho sentite tante su questo romanzo breve di Carofiglio: chi lo definisce banale, chi superficiale o inverosimile, chi invece un’opera di rara bellezza. Io concordo con  questi ultimi, perché quando arrivi all’ultima pagina e ti ritrovi con la pelle d’oca sulle braccia e gli occhi lucidi per me di un capolavoro si tratta. Non so più se sono io a trovare nei libri che leggo sempre e comunque dei paralleli con la mia vita o se è il destino che mi mette in mano determinate storie in determinati momenti, offrendomi una serie di spunti di riflessione che fanno lavorare cuore e cervello a velocità doppia.

Breve premessa: non c’è persona al mondo che io ami più di mio padre, e sin dall’infanzia ho sempre avvertito, come se potessi toccarla, la forza del suo immenso amore per me. Eppure crescendo il suo rigido moralismo e la sua severità da bravo poliziotto  sono entrati in conflitto con la mia voglia di libertà e ribellione, gli schemi che mi ha imposto hanno iniziato a starmi stretti e si è creata tra di noi una bolla di non-comunicazione, alimentata dalla mia paura di deluderlo da un lato e dal suo senso di inadeguatezza a gestire una figlia che non è più una bambina da portare sulle spalle dall’altro. Qualche giorno fa ci siam trovati a trascorrere una giornata insieme: mi ha portato a vedere i lavori di ristrutturazione che sta facendo alla casa di nonna in campagna, siamo passati a trovare il suo amico, ci siamo fermati a mangiare in una trattoria lungo la strada.. ero così felice di passare qualche ora con l’eroe della mia infanzia, eppure sono stati più i silenzi che le parole. C’era una sorta di imbarazzo, una mancanza di argomenti, un gap comunicativo che non si riesce proprio a colmare: la bolla è sempre lì in mezzo a noi e non riesce a scoppiare.

Ora, il romanzo di Carofiglio. La storia è narrata in prima persona da Antonio (guarda un po’, si chiama come mio padre!) che,  ormai adulto, rievoca due giorni trascorsi  a Marsiglia con suo padre, quella figura con cui lui era in conflitto da anni, quasi un estraneo ormai da quando nove anni prima se ne era andato di casa lasciando sua madre, ponendo fine al loro matrimonio per ragioni che rimangono indefinite. Non doveva essere un viaggio di piacere, dovevano incontrare un luminare che risolvesse i problemi di Antonio con l’epilessia. Invece si ritrovano, per una circostanza di eventi, a dover trascorrere due giorni senza sonno in quella città straniera, e la loro personale bolla di non-comunicazione si dissolve, si ritrovano per la prima volta veramente faccia a faccia, come se il loro rapporto iniziasse lì, diciotto anni dopo la sua creazione. Si raccontano, si stupiscono, cadono i muri dell’ostilità, scoprono cose l’uno dell’altro. Suo padre smette di essere una figura stigmatizzata e diventa un uomo, un compagno di avventure, un amico con cui ascoltare musica jazz in quartieri malfamati, con cui tuffarsi da una barca, fare amicizie in spiaggia, andare a una festa. E per Antonio quelli rimarranno i giorni più belli della sua vita, nonché lo spartiacque tra l’adolescenza e l’età adulta. Come si fa a definire banale un romanzo così? È scritto in tono leggero, sì. Ma è una leggerezza che contribuisce a creare quell’alone di tenerezza, a sottolineare la semplicità del sentimento, a sfocare i contorni come in una favola e a non distogliere l’attenzione dal fulcro del racconto che è quel filo che lega padre e figlio, un filo che era allentato e che ora si riannoda stretto. Una meraviglia.


“Balikwas. E’ una parola tagalog, la principale lingua delle Filippine. E’ difficile da tradurre. Significa qualcosa come: saltare all’improvviso in un’altra situazione e sentirsi sospeso, cambiare il proprio punto di vista, vedere cose che credevamo di conoscere in modo diverso”

“Fino a due giorni fa io non conoscevo mio padre”, mormoro senza pensarci su.

“Questo è balikwas”. 

Voto 10/10

 

Meglio soffrire che mettere in un ripostiglio il cuore (Susanna Casciani)

 

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Ecco qua che esce fuori il mio bipolarismo neanche tanto latente. Un altro di quei romanzi comprati sull’onda di un momentaneo trasporto emotivo: “Meglio soffrire che mettere in un ripostiglio il cuore”. Che oggi, per l’umore in cui sono, non la degnerei di uno sguardo quella copertina rosa con quella nuvoletta di pioggia in una tazzina di caffè. Oppure la guarderei e le volterei le spalle con un bel “Ma vaffanculo, va’!” alla Mara Maionchi. E invece quel giorno di buon umore (probabilmente c’era il sole) l’ho acquistato, e ieri sera l’ho anche letto. Spaccata in due, come il Visconte dimezzato di Calvino. Da un lato la me romantica e sdolcinata, quella con ancora un cuore e tante speranze, dall’altro la me cinica e disincantata, fredda e razionale. Obiettivamente, non una grande opera letteraria, ecco. Eppure con le frasi della Casciani ci ho riempito il mio quaderno, che è più il tempo che ho impiegato a scrivere che quello che ho impiegato a leggere.

A questo proposito, concedetemi una digressione sul “quaderno”: è un vezzo che mi trascino da quando ero piccola, un’altra delle piccole abitudini e attività inculcatemi da mia madre, insieme ai libri, ai puzzle da un milione di pezzi, ai cruciverba, ai cartoni animati. Sicuramente è a lei che devo la mia parte intellettuale e vagamente nerd. Ero alle medie, quindi avrò avuto 10 o 11 anni, e ricordo perfettamente i pomeriggi passati con lei al tavolo della cucina a riempire quello che le piaceva chiamare il “quaderno delle dediche”: uno dei tanti, semplici quaderni a righe comprati in blocco per la scuola, riempito fitto di frasi sceme da Bacio Perugina, ma forse più sceme ancora. Due ancora me le ricordo: quella in prima pagina, “le rose sono rosse, le viole sono blu, lo zucchero è dolce ma non come lo sei tu”, ogni riga scritta in un colore diverso, con fiori disegnati tutto intorno. E l’altra “non cade foglia che Dio non voglia, Eva aspettò invano che cadesse quella di Adamo”, che io a 10 anni non avevo la più pallida idea di cosa volesse significare, ma a mia madre faceva morire dal ridere. Tutto questo per dire che l’abitudine di ricopiare frasi e citazioni sul quaderno mi è rimasta addosso e la nutro con tenerezza, come si nutrono i ricordi felici, quelli a cui non si vuole far prendere polvere e che sono un po’ le radici di quello che siamo oggi.

Fatto sta che da questo romanzo ho copiato un sacco di frasi, ma questo è, nulla di più: 175 pagine di un diario in cui Anna, mollata dall’amore della sua vita Tommaso, cerca di farsene una ragione, passando dalla più nera disperazione all’apatia e indifferenza, per approdare inevitabilmente all’accettazione e quindi alla rinascita. Insomma, banalità a profusione, ma ben scritte, in uno stile a tratti anche quasi poetico. Io personalmente sono passata dal “minchia che palle questa qua” al “brava, così si reagisce” a pagine alterne (il bipolarismo di cui sopra), e non so bene su quale gradino del mio indice di gradimento piazzare questo libro. La sufficienza mi sento di dargliela, se non altro per i ricordi che ha fatto tornare a galla, e per l’iniezione di ottimismo che ha provato a vendere.

“Abbi cura del tuo amore, soprattutto adesso. Non gettarlo, non sprecarlo. Ti servirà […].

Ricorda che la cura, se davvero ne esiste una, sono le persone. Non dimenticarti di loro, delle loro storie piccole ma grandiose.

Non precluderti niente solo perché potrebbe distruggerti. Non sparire.

Resta, goditi lo spettacolo.

Resta coraggiosa.

Resta dolce.

Testa alta, cuore in mano”.

Voto: 6/10

Le nostre anime di notte (Kent Haruf)

Tempo fa, in libreria, sono stata colta da un raptus di femminilità mista a dolcezza e romanticheria, evento raro e fuori dal comune per me. Penso fosse estate, perché è d’estate che questo ribollire di ansia, nevrosi, acidità che mi porto dentro di solito si placa, si asciuga al sole, annega nel mare che tanto amo e mi ricordo di avere anche un cuore, per quanto maltrattato. Fatto sta che mi sono lanciata su una serie di romanzi sentimentali più o meno impegnati, più o meno lunghi, così, a naso, come sempre.  Nel raptus ho pescato a caso, facendomi trascinare nella scelta da titoli e copertine stucchevoli , e sono tornata a casa con una busta di carta traboccante di amore nelle sue più svariate forme. Ora, siccome ho una certa componente ossessivo-compulsiva e devo leggere i libri che compro nell’ordine in cui li compro, e siccome compro una ventina di libri al mese, va da sé che l’estate è finita, l’autunno pure, Natale è passato, San Valentino è alle porte e io quel blocco di libri melensi l’ho iniziato in questi giorni. Male, perché è inverno pieno, fa un freddo cane e il cielo è plumbeo come il mio umore, per cui mi approccio alla lettura di certi generi come il Grinch si approcciava al Natale, in un tripudio di cinismo e diffidenza, prevenuta nei confronti di tutto ciò che giri intorno al binomio cuore-amore. Queste le premesse.

E poi il colpo di scena.

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“Le nostre anime di notte”. Un libro tanto breve da essere letto in meno di un’ora. Cinquanta minuti di stupore per me. Una piccola lama di luce che ha fatto breccia nel mio cuore, scaldandolo un po’. Lieve come una carezza, leggero come un soffio di vento a primavera, delicato come un cristallo. A Holt, Colorado, Addie Moore, settantenne vedova, bussa alla porta di Louis Waters, settantenne vedovo. Con una proposta singolare: passare le notti insieme. Per tenersi compagnia, per parlare, per allontanare la solitudine. Inizia così una storia fatta di parole, di racconti sussurrati nel buio della stanza, di piccoli gesti di tenerezza e premura. I due protagonisti traggono forza e conforto l’uno dalla sommessa presenza dell’altro, costruiscono un’intimità fatta di bisbigli e silenzi, di finestre aperte su cieli stellati, di mani che si sfiorano appena.

“Dov’è la tua mano?”

“Proprio qui accanto a te, dove sta sempre”

Viene da leggerlo sottovoce, questo libro, è dolce come una melodia al piano, fa vibrare le corde dell’anima. È un piccolo gioiello scintillante che va a prendersi uno tra i primi posti nel mio cuore di lettrice.

Voto: 10/10

Le scelte che non hai fatto (Maria Perosino)

“Mi piace che la nostalgia abbia le qualità di un profumo: dolce, intenso, persino stordente. Ma anche volatile. Fa presto a dissolversi nell’aria. Basta ricordarsi, di tanto in tanto, di aprire le finestre. Non per tutti è così. Per tanti, la nostalgia è rancida. E corrode. Si porta dietro il rancore, l’invidia. E’ una nostalgia cattiva quella per vite che non hai vissuto. E’ colpa dei sogni che si infrangono. Dove? Quando? Perché? E’ colpa nostra o è colpa loro, dei sogni?”

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Tra le scelte che non ho fatto, fortunatamente, non c’è stata quella di lasciare questo libro su quello scaffale, in quella libreria. Perché sarebbe stata una scelta da rimpiangere. Perché mi sarei persa una piccola ma intensa lezione di vita. Il libro è uscito il giorno dopo la morte prematura dell’autrice, Maria Perosino, stroncata da un brutto male. È stato terminato in un letto d’ospedale. Verrebbe quindi da pensare a una storia piena di rimpianti, di cose non fatte, anche di rabbia. E invece no, ne è uscito un inno alla vita, una lucida e serena disamina dei traguardi raggiunti e di quelli mancati, una felice riconciliazione con la propria storia e il proprio vissuto. Attraverso le storie di altre donne a lei vicine, conoscenti, amiche di vecchia o più recente data, Maria cerca di ricostruire i ponti col proprio passato, cerca di capire, attraverso le loro scelte così diverse dalle sue, come sarebbe stata la sua vita se anche lei avesse scelto diversamente di fronte a un bivio, a una questione sentimentale o professionale. Cerca di ritrovare nelle loro storie la sua, per arrivare a capire che invece

ognuno di noi, nel ben e o nel male, è la sua storia. Anzi, le sue storie, comprese quelle non vissute e solo immaginate e sognate”.

Non rimpiange nulla, lei. Ci fa entrare nella sua vita con uno stile brioso, ci illustra la sua passione per la buona cucina,  ci descrive il suo piccolo mondo, geografico e non, con simpatia e curiose digressioni  che non annoiano mai. Vale sicuramente la pena trascorrere qualche ora tra le sue pagine!

“Viva la vita!”

Voto: 9/10

Il tuo anno perfetto inizia da qui (Charlotte Lucas)

 

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Ho dovuto far passare un paio di giorni, dopo aver finito questo libro, per riuscire a capire se mi fosse piaciuto o meno, perché da un’ottima idea di partenza, che mi ha fatto divorare le prime 150 pagine in una delle solite notti insonni, mi ha progressivamente annoiato, per poi farsi nuovamente interessante verso la fine. La trama: Jonathan Grief è un ricco, annoiato, metodico quarantenne, direttore di una casa editrice (eredità di famiglia) di cui però non si cura troppo. Trascorre le sue giornate seguendo i ritmi di una monotonia che poco hanno a che fare con una vita piena, cova una rabbia repressa per la sua ex-moglie che lo ha mollato per il suo migliore amico, scrive continue lamentele per ogni sciocchezza e difficilmente esce dagli schemi che si è inconsapevolmente auto-imposto. Fino alla mattina del 1 gennaio quando, uscito all’alba per la solita sessione di corsa mattutina, trova sul manubrio della sua bicicletta una borsa con dentro un’agenda già fitta di impegni più o meno seri: assistere a una lettura di un autore di best-seller, abbuffarsi di dolci, camminare sull’erba a piedi nudi.. A un iniziale indifferenza pian piano subentra la curiosità, e nel tentativo di trovare il proprietario dell’agenda Jonathan inizia a seguirne i consigli, giorno per giorno, stravolgendo i propri schemi e riscoprendosi una persona nuova e indiscutibilmente migliore.

Il tuo anno perfetto inizia da qui. Sicuramente un buon punto di partenza, sarebbe bello pensare che i prossimi 365 giorni saranno perfetti, bello ma fin troppo ottimistico. E sarebbe anche intrigante trovare, come il nostro Jonathan, un’agenda già piena di impegni da seguire, una serie di piccole cose da fare per uscire dall’apatia, dalla monotonia, una spinta ad andare avanti giorno per giorno riscoprendo la gioia e la varietà di vivere. Perché è questo il messaggio del libro, in fondo: abbandonarsi alla vita, non rinchiudersi nella propria bolla di tristezza, o dolore, o indifferenza ma bensì muoversi, agire, colorare le nostre giornate in modi sempre nuovi e diversi, ricordarsi che c’è un mondo lì’ fuori che vale la pena vedere, assaporare, gustare, capire che l’autocommiserazione, la rabbia, il rancore sono solo zavorre che ci impediscono di alzarci in volo ed essere felici.

L’argomento è valido, la scrittura è fluida, matura ma senza fronzoli. Peccato solo per i dialoghi a volte trascinati in interminabili scambi privi di sostanza, dei botta e risposta dai toni colloquiali che alla fine, senza aggiungere niente alla narrazione, annoiano un po’. Cinquanta pagine in meno e sarebbe stato perfetto!

Voto 7/10